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Tutti avranno avuto modo di ascoltare la telefonata fra il comandante della capitaneria Gregorio De Falco e Francesco Schettino, il capitano della Costa Concordia, accusato di reati gravissimi per il suo controverso comportamento.

Un dialogo intenso, autentico, terribilmente vero, che ci colpisce nel profondo e che sicuramente farà il giro del mondo, tradotto in molte le lingue, trasmesso e analizzato in talk show e telegiornali di ogni nazione.

Quando accadono tragedie di queste dimensioni – che ci mettono di fronte alla possibilità della catastrofe e dell’errore umano in grado di provocarla -, cerchiamo di darvi un senso, andando a scovare fra le storie dei protagonisti gli episodi di eroismo, le figure eroiche in grado di rappresentare le potenzialità dell’essere umano e di rassicurarci sulle sue capacità di resistere di fronte ad estreme avversità.

Per questo proviamo così tanta rabbia e disprezzo davanti alla figura di Francesco Schettino, il capitano che sembra fuggire in modo inspiegabile le sue responsabilità, lasciando trasparire più che una comprensibile debolezza, bensì i sintomi di quella che Dante avrebbe definito “pusillanimità”, ovvero i caratteri di un pusillus animus, un’anima piccola, quella di uomo che non può definirsi Uomo.

Ci vergognamo perché colui che avrebbe dovuto rappresentare l’Eroe, il capitano coraggioso delle storie di mare, ci sbatte in faccia una cruda realtà, quella che non vorremmo vedere, che non vorremmo più ascoltare.

E mentre De Falco gli urla di “essere Uomo”, il piccolo uomo non ascolta la chiamata: il viaggio dell’Eroe non si compie lasciandoci con una ferita aperta che non è in grado di essere riassorbita e sublimata.

E così, noi che assistiamo impotenti, e non siamo in grado di guarire il dolore della tragedia.

 

§ · 18 gennaio 2012 · archetipi · Tags: , , · [Print]

  • gianluca lisi

    vero!